lunedì, luglio 23, 2007

Sogni

Da Akira Kurosawa a ideali quotidiani.

La durezza di quella mamma, la paura, il rischio, i risultati di un'azione sbagliata e la capacità di prendersene le conseguenze.
Gli occhi di quel bambino mi hanno incantato, mentre col pugnale in mano cammina verso la fonte dei suoi problemi, disposto a piegare il capo e a convincere che sarebbe disposto a morire pur di tornare a casa. Convincere che sarebbe disposto a morire, ma non morire.
Risolutezza.
Deve tornare a casa, ma sa che quella è l'unica via. Però d'altra parte sa che vuole tornare a casa.

Così cammina. Piccolo, in quel vestito troppo stretto, con quelle scarpe dure che rallentano il passo.
Ma guarda avanti, dove le volpi hanno la casa, e cammina diretto e risoluto verso la fonte dell'arcobaleno.

Come si finisca da Kurosawa al ricordo di quelli che sono i propri ideali non è ben chiaro.
Ma ultimamente ci penso sempre più spesso. Alla vita. Alle persone. Alle interazioni.
Un passo verso fuori, e le cose diventano tutte più chiare, semplici, un po' banali e paradossalmente splendidamente meravigliose, più di quanto non sembrino.
Solo che spesso è più ammissibile non vedere e buttarsi tutto alle spalle, come se non fosse lecito, o accettabile.

E mentre penso a queste cose mi attraversa la mente un altro pensiero.
La felicità non è borghese, ma è borghese pensare che lo sia. Se vogliamo usare questo termine.
Perchè felicità non è una sola cosa, perchè soggettiva.
E si, neanche io mi aggrappo all'idea di felicità che vede nella famigliuola felice con la casa il giardino e la monovolume parcheggiata in garage l'obiettivo da perseguire.
Ma quanto è giusto sminuire la felicità degli altri? Per quanto non condivisa...

Ci pensavo ieri. Battesimo. Rinfresco.
Coppie giovani con figli o in attesa di figli. Matrimoni in grande stile. Case super accessoriate e di rappresentanza. Vite che mi sembrano tutte uguali. Discorsi che mi sembrano già sentiti.
Ma la felicità non è per forza questo.

Come sono arrivata qui?
Sogni.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Se tu fossi uomo, proveresti cosa significa presentarti ad un matrimonio in calzoni corti e sandali perché è molto molto caldo, e accorgerti che nessuno, mentre scende dalla monovolume, si presenta allo stesso modo. Ho l'idea che superata una certa età, quell'umore particolare forse prima un po' ti distingueva, inizia a sembrare il sintomo di una malattia...

andhira ha detto...

Esperienza illuminante. E un po' traumatica, immagino...
Potrei provarla anche essendo donna (che forse è addirittura peggio...).

Nonostante tutto però rimango sempre convinta che è la perdita della "spontaneità" il sintomo della malattia. A ogni età. Senza scusanti.

Colpa degli anni? ;)